Matteo's profile...Il mondo, se esiste, ...PhotosBlogListsMore Tools Help

Matteo aaa

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...Il mondo, se esiste, è...il perpetuo calendario di un attimo.

Lontano da me in me esisto... fuori da chi io sono,

l’ombra e il movimento in cui consisto.

(F.Pessoa) 

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marinawrote:
Matteo, dove sei?
Nov. 18
un saluto      mary
May 12
******wrote:
Lascio volentieri un pensiero e auguro una felice settimana corta...Gioia.
 
Apr. 29
Credo in te, amico.
Credo nel tuo sorriso,
finestra aperta nel tuo essere.
Credo nel tuo sguardo,
specchio della tua onestà.
Credo nella tua mano,
sempre tesa per dare.
Credo nel tuo abbraccio,
accoglienza sincera del tuo cuore.
Credo nella tua parola,
espressione di quel che ami e speri.
Credo in te, amico,
così, semplicemente,
nell'eloquenza del silenzio.
ciao   Mary
Apr. 27
******wrote:

E' Iniziata la guerra degli abbracci
porta questo abbraccio a 10 persone,
inclusa la persona che te lo porta
abbraccio
abbraccio
abbraccio
abbraccio
abbraccio
abbraccio
abbraccio
abbraccio
abbraccio
abbraccio
abbraccio
abbraccio
abbraccio
abbraccio
abbraccio
abbraccio

 

tu sei appena stato abbracciato/a
lui abbraccia la sua lei
abbracciamo gli amici ed i nemici, il mondo intero.
L'abbraccio è il più grande gesto d'amore
può far risplendere una giornata
,tutti abbiamo bisogno di un abbraccio.
distribuiamo amore virtuale con un abbraccio.
Io ti dò il mio abbraccio

Un allegro dolce e spensierato

buon fine settimana

Gioia

Apr. 11
7/30/2008

A volte il "GENERE UMANO" MI FA VENIR VOGLIA DI VOMITARE!

Nulla da aggiungere!
 
Articolo tratto da:
 
 

Morire dove gli altri si divertono, a 18 anni. Questa è la tragedia che ha travolto l'impero di Gardaland, il conosciutissimo parco divertimenti vicino a Verona, da ieri sotto i riflettori per l'ennesimo incidente sul lavoro. Perchè Alessandro Fasoli era un giovane dipendente stagionale ed è stato travolto dal trenino che fa il giro del parco divertimenti di Castelnuovo del Garda.

"Era un ragazzo d’oro ed era felicissimo dell’impiego che aveva", ha commentato lo zio Giuseppe Fasoli a Repubblica.it, distrutto dal dolore. Secondo una prima ricostruzione dei carabinieri, si sarebbe chinato per raccogliere una carta ma non si è accorto del sopraggiungere della monorotaia ed è stato travolto e ucciso. Con quel contratto da precario, spiega, Alessandro aiutava la madre Orlandina, pensionata e vedova. Una disgrazia che non è bastata a fare fermare le giostre, che i turisti hanno continuato ad affollare per tutta la giornata.

E' stata aperta un'inchiesta perchè comunque permangono dei dubbi sulla dinamica dell'incidente: non è ancora chiaro perché il giovane fosse in un posto non solo vietato al pubblico, ma anche al personale. Si parla di qualcosa lungo il percorso che Alessandro avrebbe voluto rimuovere avventurandosi lungo la via della monorotaia, ma non ci sono testimoni che hanno assistito all’impatto. La procura scaligera ha aperto un fascicolo per accertare le responsabilità. L’ipotesi di reato sarebbe omicidio colposo.

The show must go on. Scandalo per la mancata chiusura del parco che, nonostante la morte del giovane dipendente, è rimasto accessibile ai turisti tutto il giorno.

Davanti a questa tragedia c’è stata gente che ha addirittura richiesto il rimborso del biglietto d’ingresso perché l’attrazione era chiusa. "E il motivo lo sapevano", ha riferito Aldo Vigevani, ad di Gardaland, che si giustifica motivando che se avessero chiuso il parco "sarebbe arrivata una valanga di richieste di danni".

Ma siamo esseri umani o esseri consumatori? Anche la morte diventa uno spettacolo da consumare, davanti al quale non ci si scandalizza? Meno male che  oggi nella struttura è stato dichiarato lutto in tutto il parco: altoparlanti muti, niente feste e animazioni e all’ora della tragedia - poco prima di mezzogiorno - tutte le giostre si fermeranno per 3 minuti di silenzio. Intanto sul sito di Gardaland è stato postato un messaggio di cordoglio per l'accaduto, seguito da moltissimi commenti, soprattutto dei lavoratori, colleghi di Alessandro.

7/17/2008

Avremmo bisogno di questo...

 

...di tanto in tanto!

YouTube - Haka All Black!
    

 

 

Il popolo Maori ha sempre eccelso nell'arte della haka, che è il termine generico per indicare danza (e NON "danza della guerra"!!). A Henare Teowai di Ngati Porou, un riconosciuto maestro dell'arte della haka, fu chiesto che cosa fosse l'arte di eseguirla.
Egli replicò così:
"Kia korero te katoa o te tinana." (L'intero corpo dovrebbe parlare)
Un'altra definizione fu data da Alan Armstrong nel suo libro "Maori Games and Haka":
"La haka è una composizione suonata con molti strumenti. Mani, piedi, gambe, corpo, voce, lingua, occhi... tutti giocano la loro parte nel portare insieme a compimento la sfida, il benvenuto, l'esultanza, o il disprezzo contenute nelle parole."
"E' disciplinata, eppure emozionale. Più di ogni altro aspetto della cultura Maori, questa complessa danza è l'espressione della passione, vigore e identità della razza. E', al suo meglio, un messaggio dell'anima espresso attraverso le parole e gli atteggiamenti."
Uno dei "ritornelli" iniziali che il leader della haka urla ai suoi compagni prima della haka vera è propria è mostrato qui di seguito (nel caso degli All Blacks, il compito spetta al capitano). Queste parole stanno semplicemente a ricordare a coloro che la devono eseguire il comportamento da tenere durante l'esibizione, appunto. Dovrebbero essere urlate in una maniera feroce, al fine di instillare forza e determinazione agli esecutori, in modo che la eseguiscano con la giusta dose di potenza.

   Ringa pakia
   Uma tiraha
   Turi whatia
   Hope whai ake
   Waewae takahia kia kino

   Batti le mani contro le coscie
   Sbuffa col petto
   Piega le ginocchia
   Lascia che i fianchi li seguano
   Sbatti i piedi più forte che puoi


Altri elementi essenziali dell'arte della haka sono: pukana (il dilatare gli occhi), whetero (fare la lingua, segno di sfida per antonomasia, fatto solo dagli uomini), ngangahu (simile a pukana, fatto da tutti e due i sessi), e potete (la chiusura degli occhi in differenti momenti della danza, fatto solo dalle donne).

Queste espressioni sono usate, come detto, in vari momenti della haka per conferire significato e forza alle parole. E' importante capire che le haka più eccitanti non sono quelle in cui tutti i partecipanti sono sincronizzati, ma quelle in cui dimostrano spontaneità e creatività nell'interpretare le parole.



Esistono diversi stili di haka. La "Ka Mate" (il tipo di haka degli All Blacks) appartiene allo stile ngeri, che è una corta, libera haka che viene interpretata dalle persone quando si sentono bene. E' eseguita senza armi e perciò non è una danza della guerra, come invece si tende a credere.

La peruperu è invece una haka della guerra. Si usano armi ed è caratterizzata da un alto salto a gambe ripiegate alla fine della danza. Gli All Blacks usano lo stesso tipo di salto alla fine dell'esibizione, e ciò è motivo di irritazione per i puristi. Infatti la Ka Mate è stata sottoposta a questo restyling probabilmente per risultare più scenografica e impressionante.



Attorno al 1820 un capo Maori chiamato Te Rauparaha compose "Ka Mate", l'haka più conosciuta. Te Rauparaha era l'alto capo dei Ngati Toa and i suoi possedimenti andavano da Porirua fino alla costa di Kapiti e comprendevano anche l'isola Kapiti.
"Ka mate! Ka mate!" furono le parole dette da Te Rauparaha mentre si nascondeva in un pozzo kumara (le kumara sono delle patate dolci molto buone, che io ho stesso ho mangato nel mio viaggio; per tenerle all'asciutto sono conservate in un pozzo, dopo essere state raccolte) per sfuggire ai suoi inseguitori, i Ngati Tuwharetoa. Nella sua fuga egli giunse da Te Wharerangi e gli chiese protezione. Sebbene piuttosto reclutante, Te Wharerangi alla fine acconsentì e gli ordinò di nascondersi in un pozzo kumara. La moglie di Te Wharerangi, Te Rangikoaea, poi, si mise a sedere su di esso.

A riguardo del perchè la donna fece questo ci sono due storie che si tramandano:
- la prima spiega il gesto col fatto che nessun uomo (a quel tempo era considerato sconveniente) si sarebbe messo in una posizione che lo avrebbe portato sotto gli organi genitali femminili. Anche gli inseguitori avrebbero pensato la stessa cosa e avrebbero deliberatamente evitato di controllare il pozzo. Tale pregiudizio ovviamente non interessava Te Rauparaha, che aveva interesse solo a salvare la pellaccia!
- la seconda racconta che la donna si sedette per neutralizzare un incantesimo lanciato a Te Rauparaha dal capo degli inseguitori. In quel periodo, infatti, si credeva che gli organi femminili avessero il potere di "schermare" le persone dai sortilegi.

All'arrivo degli inseguitori, Te Rauparaha mormorò "Ka Mate! Ka mate!" (Io muoio! Io muoio!), ma quando Te Wharerangi disse che l'uomo che stavano cercando era scappato verso Rangipo, egli gioì "Ka Ora! Ka ora!" (Io vivo! Io vivo!). Ma Tauteka (il capo degli inseguitori Ngati Tuwharetoa) dubitò delle parole di Te Wharerangi, così il fuggitivo ripetè sconsolato "Ka mate! Ka mate!" un'altra volta. Fortunatamente gli inseguitori si fecero convincere del fatto che egli non si trovava nel pa (il villaggio) di Te Wharerangi e quindi Te Rauparaha esclamò "Ka ora, ka ora! Tenei te tangata puhuruhuru nana nei i tiki mai whakawhiti te ra!" (Io vivo! Io vivo! Questo è l'uomo peloso che ha persuaso il Sole e l'ha convinto a splendere di nuovo!). L'uomo peloso a cui si fa riferimento nella haka è Te Wharerangi, il capo che diede rifugio a Te Raparaha nonostante il suo desiderio di non essere coinvolto.

"Upane", che vedrete scritto qui sotto, letteralmente significa "terrazza", ma probabilmente si riferisce ai gradini intagliati nella parete del pozzo per dargli un più comodo accesso. Ogni "upane" descrive i titubanti passi di Te Raparaha mentre emergeva dal pozzo per controllare la situazione. Uno può solo immaginare la gioia di non solo essere scampato alla morte per il classico rotto della cuffia ma anche di ritornare alla luce dal buio del pozzo kumara: "Whiti te ra! Hi!" (Il Sole splende di nuovo! Hi!)

Una volta fuori dal pozzo, nel cortile di Te Wharerangi e di fronte a sua moglie, Te Rauparaha eseguì allora la haka che aveva composto mentre giaceva nel buio. La variante usata degli All Blacks è riportata qui di sotto, assieme alla traduzione. C'è da notare che le parole in alcuni casi sono state divise per indicare la cadenza delle sillabe, durante l'esecuzione della haka.

Ka mate! Ka mate! Ka Ora! Ka Ora!
Ka mate! Ka mate! Ka Ora! Ka Ora!
Tenei te tangata puhuru huru
Nana nei i tiki mai
Whakawhiti te ra
A upa...ne! A upa...ne!
A upane kaupane whiti te ra!
Hi!!!
Io muoio! Io muoio! Io vivo! Io vivo!
Io muoio! Io muoio! Io vivo! Io vivo!
Questo è l'uomo peloso
Che ha persuaso il Sole
E l'ha convinto a splendere di nuovo
Un passo in su! Un altro passo in su!
Un passo in su, un altro... il Sole splende!!!
Hi!!!




La prima haka fu eseguita dalla squadra di rugby dei Nativi neozelandesi durante il tour nel Regno Unito del 1888-89: non è chiaro se fosse o meno la "Ka Mate" ma è probabile. Il tour, in ogni caso, non era stato ufficialmente autorizzato e perciò ogni giocatore dovette pagare la ragguardevole cifra (per quei tempi) di 250 sterline. Ci furono anche difficoltà a ingaggiare un sufficiente numero di Maori e così un paio di pakeha (neozelandesi bianchi) furono inclusi per completare la squadra.

La prima performance della haka fatta dall'"originale" squadra neozelandese fu tenuta nel tour del 1905. Fu anche in quell'occasione che si cominciò ad usare il termine "All Blacks". La locuzione deriva da un refuso: il giornalista aveva definito la squadra come composta da tutti "all backs", cioè tutti giocatori agili e veloci, ma il tipografo inserì la "l" per errore.

Le parole della "Ka Mate" non hanno una connessione col rugby, dato che sono state composte per tutt'altra ragione, come visto più sopra. Quindi, nel caso degli All Blacks, la "libera" traduzione della sfida della haka può essere così scritta:

Noi siamo gli All Blacks, del popolo della Nuova Zelanda
Qui siamo a sfidarvi
Vi onoreremo giocando al limite
Fino a che i nostri cuori e le nostre forze si impongano su di voi
Sarà molto difficile batterci
Il sole splende! Hi!

3/7/2008

Ciò che mi aspetta stasera

 
 
Il tè, in particolare il tè verde o ryokucha, è una bevanda diffusissima in Giappone.
Tuttavia, quando si parla di “Cerimonia del tè” o Chanoyu (letteralmente ‘Acqua per il tè’),
s’intende qualcosa di diverso dal semplice tè. La cerimonia del tè è simile a un rito
religioso e rappresenta una sintesi di aspetti fondamentali della cultura giapponese.
Essa semplicemente consiste nell’offrire una tazza di tè verde, molto denso, agli ospiti
che conversano e che sono radunati in casa o in un luogo adatto, secondo un rituale preciso
e stilizzato.
 
Chi dirige la cerimonia del tè deve aver praticato il sado, la ‘via del tè’. La disciplina,
la spiritualità e l’estetica del sado, nella loro essenzialità, rappresentano una costante
ricerca della semplicità e dei rapporti immediati, tipica dello zen.
 
La storia del tè in Giappone
In Giappone, la storia del tè ha quasi 1000 anni. Inizia con il monaco buddista Eisai
(1141-1215) che, dopo un periodo trascorso in Cina studiando lo zen, tornò in Giappone
portando con sé le piantine del tè che cominciò a coltivare nel giardino del monastero,
convinto delle sue proprietà officinali.
La cerimonia del tè, dunque, è nata sotto l’influenza del buddismo zen, e fu solo in un
momento successivo che si diffuse come forma di intrattenimento, sia per gli ospiti del
monastero che per gli stessi monaci.
Da momento di intrattenimento, l’utilizzo della bevanda si trasformò presto in culto del tè,
in cha-no-yu, e, avvicinandosi sempre più ad una forma di espressione artistica, cominciò a
distaccarsi dall’ambiente esclusivamente monastico per diffondersi nella nuova classe dei
mercanti e, tra il 14° e il 16° secolo, anche tra i samurai. Questi ultimi venivano educati
alla cerimonia del tè con la stessa serietà e il medesimo impegno con cui venivano educati
alle arti marziali.
 
Il significato profondo della cerimonia del tè, tuttavia, si ritrova all’interno del buddismo
zen dove viene a rappresentare il legame tra la vita e l’arte, tra il sacro e il profano.
La filosofia zen afferma che in qualsiasi attività, anche la più piccola e insignificante
– ad esempio, tagliare l’erba, preparare da bere, sedersi, camminare… - sono necessarie
concentrazione, applicazione, purificazione, devozione…

Di solito, anche oggi, prima di imparare a preparare il tè, bisogna apprendere il modo più
bello e naturale di camminare, di sedersi, di inchinarsi. Per esempio, si deve camminare
strisciando leggermente i piedi e guardando due o tre passi avanti, con la schiena ben
eretta. Quando ci si deve alzare, tenendo appoggiate le mani sulle ginocchia, si sollevano
i talloni a piedi uniti e lentamente ci si alza conservando la schiena diritta.
Ogni singolo movimento della cerimonia del tè ha, così, una sua importanza particolare.
Anche gli oggetti utilizzati nella cerimonia devono essere scelti con la massima cura.
In collegamento con questa cerimonia, sono state utilizzate, e ulteriormente sviluppate,
molte forme di espressione artistica, dall’architettura alla calligrafia, dalla pittura
alla ceramica, creando una sintesi artistica unica.
 
La casa da tè, generalmente, è una specie di piccola capanna di gusto rustico. Gli ospiti
vi entrano lentamente e occupano una stuoia (tatami) sedendosi in posizione seiza,
sui talloni con il busto eretto. Prima di bere il tè, ci si ferma ad ammirare il kakejiku,
una pittura o scritta su carta appesa alla parete, l’ikebana, una composizione floreale, e
le ceramiche messe ben in vista nella casa…
 
La cerimonia del tè è un rito e la casa da tè è come se fosse un tempio.
La cerimonia deve svolgersi in silenzio. E nel silenzio si possono percepire i raggi del
sole che filtrano dalle finestre, in autunno ci si accorge delle foglie che cadono nel
giardino, si sente bollire l’acqua per il tè. In questo modo, si dimentica il mondo esterno,
si medita silenziosamente e si sperimenta una profonda calma interiore.
La sala da tè, per le dimensioni e la semplicità che la caratterizzano, crea un’atmosfera
di raccoglimento, di sobrietà ed essenzialità. La luce vi filtra appena appena e la spoglia
eleganza del locale, basata solo sulle gradazioni del buio, permette all’animo umano di
liberarsi dai legami della vita mondana, librandosi verso più alti valori spirituali.
 
La vera realtà della sala è il vuoto che, in quanto tale, permette un’infinità di
interpretazioni e libertà di movimento, sia in senso spirituale che fisico. Solo nel vuoto,
infatti, possono trovare espressione e realizzazione tante emozioni estetiche e, solo
attraverso il vuoto, l’uomo riesce a superare i propri limiti fisici e intellettuali, morali
e spirituali.
 
Come si svolge la cerimonia del tè
All’inizio della cerimonia, il maestro prepara il tè, mettendo nella ciotola o tazza del
matcha, la polvere di tè verde, sopra cui viene versata acqua calda (l’ideale è a 60°)
con l’hishaku – una specie di mestolo -; si mescola quindi con il - chasen – frullino per
agitare il tè – fino a formare una bevanda spumosa di color verde chiaro.
Come si beve il tè
Il tè va servito in apposite ciotole (chawan), come quelle in ceramica raku, che nella loro
semplicità e rusticità ispirano serenità: non sono perfettamente rotonde e il bordo superiore
non è liscio, ma ondulato, per offrire una sensazione piacevole quando viene portato alle
labbra.
 
Allorché la ciotola viene offerta, va presa con la mano destra e appoggiata lentamente sul
palmo della mano sinistra, tenendola davanti a sé. Si fanno, quindi, due inchini per
esprimere riconoscenza e gratitudine: uno nei confronti del maestro e uno per il Buddha.
Prima di bere, si prende la ciotola con la mano destra e la si gira verso sinistra,
in senso antiorario, finché la parte esterna più bella della ciotola è verso l’esterno.
A questo punto si sorseggia il tè, facendo percepire il suono del te che viene sorbito.
Si pulisce, quindi, la parte su cui si sono appoggiate le labbra con il pollice e l’indice
della mano destra. Si gira, quindi, ancora una volta la ciotola verso sinistra, in modo da
poter ammirare il lato più bello e si appoggia davanti a se stesso.
 
 
2/29/2008

Questa non è mia....

 
...e si "sente"....
 
Demogorgone
-Fernando Pessoa-
Nella strada piena di sole vago ci sono case immobili e gente che cammina.
Una tristezza piena di terrore mi gela.
Presento un avvenimento dall’altra parte delle frontiere e dei movimenti.
No, no, questo no!
Tutto, salvo sapere cos’è il Mistero!
Superficie dell’Universo, oh Palpebre Calate,
non vi sollevate mai!
Deve essere insopportabile lo sguardo della Verità Finale!
Lasciatemi vivere senza sapere niente, e morire senza venire a sapere niente!
La ragione che ci sia essere, che ci siano esseri, che ci sia tutto,
deve portare a una follia più grande degli spazi
fra le anime e le stelle.
No, non la verità! Lasciatemi queste case, questa gente,
proprio così, senza nient’altro, solo queste case e questa gente...
Quale alito orribile e freddo mi tocca gli occhi chiusi?
Non li voglio aprire per il vivere! Oh Verità, scordati di me!
 
 
2/27/2008

Percorsi

 
Salta il sasso tra nuvole d'asfalto
incurante del piede che lo sospinge,
raccoglie sangue e polvere di chi
prima di lui, varcò il confine
l'ignoto.
 
Inutile incastrar calci
tra le giunture di due mondi
troppo differenti, a volte è sufficiente
spostare lo sguardo.
 
-Matteo-
2/18/2008

Critica della ragion d'essere

 
Piego ricordi in sottili strati
di lino pregiato e
li osservo trasformarsi
-come bruchi nei loro bozzoli-
nei più tenaci desideri
 
Eterno ritorno di ciò che abbiamo
di ciò che avremo, strada maestra
che nel suo vagare
delinea cerchi perfetti
 
E non è ciò che abbiamo
quello che più desideriamo?!
 
Inutilità dell'essere
anime insoddisfatte.
 
-Matteo-
2/11/2008

A tutti quelli che...

 
Osservo questo immenso mare di malinconia perchè
non avrò mai occhi abbastanza grandi per tutto questo
SOLE
 
-Matteo-
10/1/2007

Introspezione del futuro

 
Altari di alabastro innalzano
mondi intrappolati nell'ambra
cinta d'oro e di passato lucente;
 
brillano soli che non hanno
ragion d'essere se non il
riflesso della prima rugiada
al mattino...
 
e ti chiedi il perchè di
tutto questo caos...
...per una lacrima?!
 
-Matteo-
7/16/2007

riflessioni...

 
Disegno un cerchio intorno a me...
senza capire se
allontana ciò che non voglio
o racchiude ciò che non vorrei
lasciare...
 
...o forse è solo un modo
per non dimenticare
 
-Matteo-
1/19/2007

dire...fare...che dire...che fare...

 
...lontani miraggi di sereno
essere
cancellano pensieri di
viaggi impossibili
trasformando realtà di parole
mai dette, in speranze e lacrime
di una rabbia lontana...
 
Nessun viaggio se non l'AMORE (il più bello)
e nessun dolore se non l'assoluta impossibilità
di dire, di fare...
...che dire....che fare...
 
Questa è la parentesi
di un'ora...lunga una vita...
e silenzio...silenzio del mondo...
...scusate....
....tutti...
...silenzio del mondo...
...ritornerò...
 
 
 
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